Iniziano gli anni '80 e della purezza del Blues si erano perse le tracce, il solo pensare di trovare un brano blues in cima ad una classifica ti faceva rientrare in una lista di pazzoidi, insomma Il buon Stevie Ray Vaughan si stava lanciando in una "Mission Impossible".L'impresa sembrava ancor più disperata se per generare Texas Flood sarebbero stati usati solo tre strumenti e la voce, nessuna sovraincisione, e l'incisione avvenne LIVE in soli due giorni. Il genio di Steve Ray stava tutto nella semplicità con cui riusciva a riscrivere il blues senza imbastardirlo, riusciva a dargli connotazioni rock, a volte jazz, ma rimanendo sempre, saldamente, nei territori più genuini della Musica del Diavolo, da cui tutto discende.
L’album si regge per buona parte sulle composizioni originali di Stevie, che offre qui sei classici del suo repertorio, canzoni che lo seguiranno nella sua intera carriera (in realtà molto intensa, ma davvero breve) e che costituiranno lo standard per tutte le successive produzioni della band. A fianco di queste, troviamo quattro cover a loro modo emblematiche delle influenze primarie del chitarrista, a partire proprio dalla titletrack, opera di un artista semisconosciuto di Houston, Larry Davis.
Dal lamento-blues al rock'n roll, il disco procede con ottima qualità facendo accendere, nell'ascoltatore la voglia del pezzo successivo, una grande magia fatta di brani piuttosto brevi.
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